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Intervista alla Dott.ssa Chiara Mantovani

chiara_mantovaniContinua il nostro viaggio di approfondimento dell’enciclica Caritas in veritate, attraverso interviste ad esperti.
Questa volta abbiamo parlato con la dottoressa Chiara Mantovani, medico, perfezionata in bioetica, Presidente di Scienza e Vita Ferrara e Membro dell’Esecutivo Nazionale, Vicepresidente Nazionale per la zona nord dell’AMCI (Associazione Medici Cattolici Italiani).

Di fronte alla crisi si sottolinea la necessità di una nuova antropologia, di uno sviluppo umano integrale. Il tema dello sviluppo economico è insomma da porre in relazione stretta con una visione culturale che tenga conto di molto fattori. E la cultura della vita come si pone di fronte ai nuovi interrogativi?

Ecco il testo della nostra breve intervista alla dottoressa Mantovani.

Come è stata accolta l’enciclica da chi si dedica alla battaglia in difesa della vita “dal concepimento alla morte naturale”?

Personalmente ho accolto con grande gratitudine la “Caritas in veritate” e ho la netta impressione che una identica reazione sia comune a molti. Questa enciclica è l’autorevolissima conferma di due fondamenti, cari a coloro che si occupano di bioetica con uno sguardo ampio, multidisciplinare: che la bioetica è una questione antropologica e che è una questione sociale. Ovvero che dalla considerazione che si ha dell’uomo e della sua dignità dipendono tutte le decisioni culturali, legislative e politiche che modellano il vivere in società. Un fatto mi sembra decisivo, nell’enciclica: aiuta a riflettere su termini da tempo evitati nei dibattiti bioetici perché erroneamente ritenuti causa di inconciliabilità. Benedetto XVI punta un riflettore acceso su una corretta definizione di caritas, quell’amore così nominato da aver perso pregnanza di significato; non teme di riparlare di veritas, dichiarandola conoscibile, amabile e rispettabile in virtù della sua dimensione ragionevole; richiama al dovere della responsabilità personale e sociale, direttamente conseguente alla libertas che caratterizza la natura umana. Si può conoscere ciò che è degno, a misura dell’uomo; e, conoscendolo, lo si può compiere, cioè si può agire in modo giusto, eticamente. L’etica come scienza della libertà: è, mi pare, il nucleo più profondo dell’enciclica. (1)

Nell’enciclica il Pontefice riprende spesso il tema della cultura della vita come motore dello sviluppo. Parla di “ecologia umana”: non ha senso chiedere il rispetto della natura e poi non rispettare l’uomo. In che senso l’accoglienza alla vita promuove anche lo sviluppo?

Non trovo parole migliori di quelle dello stesso Santo Padre per sottolineare l’importanza della cultura della vita per un corretto sviluppo umano: Benedetto XVI, nel Discorso alla Curia romana per gli auguri natalizi del 22 dicembre 2008, anticipando il concetto poi ampiamente espresso nella Caritas in veritate, scriveva: «Poiché la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi a trasmettere ai suoi fedeli soltanto il messaggio della salvezza. Essa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere anche l’uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto. Non è una metafisica superata, se la Chiesa parla della natura dell’essere umano come uomo e donna e chiede che quest’ordine della creazione venga rispettato. Qui si tratta di fatto della fede nel Creatore e dell’ascolto del linguaggio della creazione, il cui disprezzo sarebbe un’autodistruzione dell’uomo e quindi una distruzione dell’opera stessa di Dio. [...] Le foreste tropicali meritano, sì, la nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo come creatura, nella quale è iscritto un messaggio che non significa contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione». Dimenticare l’uomo, negare che egli sia custode di una natura affidata alla sua responsabilità, ritenerlo parte non rilevante, quando non addirittura dannosa, del mondo biologico può solo operare un riduzionismo dell’umano che di fatto gli nega gli spazi di un autentico progresso.

Interessante il capitolo dell’enciclica dedicato alla tecnocrazia: in che modo questa nuova ideologia attacca il diritto alla vita?

La tecnocrazia è una ideologia che pone la tecnè, la capacità umana di usare strumenti e metodi ingegnosamente trovati dall’intelligenza umana, in modo sganciato dal giudizio di valore, il quale invece è sempre possibile, anzi doveroso, per la ragionevolezza (ragione + sapienza). Idolatrare la tecnica fino a farne strumento di potere (tecno-crazia, appunto) equivale a giustificare ogni atto per il solo fatto che è compibile, che si riesce a fare. La questione conosce modernamente molti esempi concreti: voglio un figlio che non riesco ad avere? Poiché è possibile ricorrere a tecniche che lo “costruiscono”, magari quasi a misura di auspici fortemente desiderati, la tecnocrazia non esita a rispondere: si può fare. Dove il verbo “può” non è solo la descrizione di ciò che è realizzabile (salvo poi pagare prezzi altissimi in termini di delusione e inaffidabilità di soluzioni spacciate per “scientifiche” e in realtà ampiamente fallimentari), ma assume anche il significato di eticamente non indagabile. Sembra quasi che il “fare” non giustifichi solo il “come” agire, ma anche il “perché”. Analogamente, anche morire diviene argomento di fattibilità, in cui le domande si limitano a chi deve provvedere, a chi deve regolamentare (il soggetto? Il medico? Lo Stato?) gli atti volti a procurare la morte. Mi sembra evidente in un simile contesto la soppressione della domanda fondamentale: perché vivere? Ecco che la tecnocrazia attua quel “deserto di insensatezza” che caratterizza il vivere moderno: la vita umana non è priva di senso perché sofferente, ma è sofferente perché privata della ricerca del senso. Il fare, la tecnica, trova il suo senso al di fuori di se stessa, non è la fonte della propria sensatezza. E questa mi sembra una constatazione profondamente umana e sperimentabile da ciascuno nella quotidianità.

 NOTA

 (1)  vedi al paragrafo 2: “Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l’irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali. Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della «veritas in caritate » (Ef 4,15), ma anche in quella, inversa e complementare, della «caritas in veritate».”

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